Compendio garibaldino di Caprera 

    Il Compendio Garibaldino è considerato uno dei luoghi storici e paesaggistici più suggestivi della Sardegna. Immerso nel verde della vegetazione mediterranea e le caratteristiche rocce granitiche dell'Isola di Caprera, circondato dai colori cristallini delle acque dell'arcipelago di la Maddalena, custodisce il luogo in cui il Generale Giuseppe Garibaldi avviò la sua azienda agricola e costruì la dimora in cui visse con i suoi familiari, dal 1856 al 1882, anno della sua morte. Meta di pellegrinaggio culturale, il sito registra ogni anno migliaia di presenze che arrivano da ogni parte del mondo per rendere omaggio alla sua tomba e per godere del percorso che si dipana attraverso un bellissimo parco storico.
    È un luogo di forte emozione e di sentimenti atti a rivalutare aspetti della vita spesso trascurati del protagonista della vicenda unitaria italiana.

    Caprera è il luogo in cui Garibaldi decise di soggiornare dopo tante traversie. L'isola rappresentò per lui un punto di riferimento costante tra un viaggio e l'altro, tra un'impresa e l'altra.
    Il Generale vi si stabilì nel 1856, dopo averne acquistato metà grazie ad un lascito del fratello Felice. Dieci anni più tardi ne acquisì l'intera proprietà grazie alla generosità di amici inglesi che gli donarono la parte restante. Caprera era il suo Eden, e là visse circa 26 anni rasserenando l'animo occupandosi della coltivazione dei campi e coltivando il frutteto, il vigneto e l'aranceto. Qui figurano piante dalle quali egli traeva in parte il sostentamento per la famiglia e alle quali aggiunse essenze a lui particolarmente care, che ampliavano il numero di quelle già esistenti sul luogo.

    Garibaldi si occupò personalmente della cura dell'orto e del giardino. Voleva ottenere dalla terra prodotti agricoli, lasciando allo stesso tempo intatte le peculiarità del territorio.
    Ai margini della fattoria introdusse alberi ad alto fusto, dei quali sono rimasti alcuni pini, ginepri, frassini e carrubi. Il maestoso pino che troneggia al centro del giardino venne piantato nel febbraio del 1867 in occasione della nascita della figlia Clelia.

    La prima abitazione, di tre vani, ancora esistente nella parte sud del cortile e ristrutturata con l'aiuto del figlio Menotti, del segretario Basso e di altri amici, si rivelò presto insufficiente per accogliere i numerosi familiari, motivo per il quale fu fatta venire da Nizza una casa in legno di facile e rapida costruzione. In seguito si recintò con un muro la proprietà per proteggere le colture dagli animali selvatici e, infine, fu edificata l'attuale ‘casa bianca'. È questa una dimora dall'architettura semplice, realizzata con stanze comunicanti, articolate intorno ad un piccolo disimpegno senza finestre, destinato alla scala di accesso alla terrazza dalla quale si domina tutto l'arcipelago.

    Questa dimora è segno della sua vita frugale, del piacere di godere della natura e del fascino dell'isola di Caprera. In questa pace egli ebbe modo di riflettere e preparare le grandi imprese che avrebbero cambiato il profilo della Nazione; è qui che il suo spirito concepì quanto fattivamente lo portò ad essere uno degli uomini determinanti del nostro Risorgimento.

    Il Museo Archeologico Navale "Nino Lamboglia"; (località Punta Tegge)

    l Museo Lamboglia è stato realizzato nei primi anni Ottanta, su progetto dall'architetto sassarese Vico Mossa, per accogliere il materiale recuperato dal relitto di una nave oneraria romana naufragata nei pressi del vicino isolotto di Spargi.

    Fu proprio Lamboglia,grande archeologo subacqueo, che nel 1958, con il neonato Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina di Albenga, condusse con la nave Daino le prime indagini archeologiche sistematiche sul giacimento di Spargi. Quel cantiere fu una pietra miliare. Per la prima volta venne realizzata la copertura planimetrica di un relitto applicando le tecniche di rilievo a quadrettatura e a fotomosaico, metodologie che rivoluzionarono le tecniche della documentazione archeologica subacquea. Dopo la morte di Lamboglia, la ricerca subì una lunga interruzione durante la quale il giacimento fu gravemente danneggiato dai clandestini; fu poi ripresa e proseguita fino all'inizio degli anni '80 da Francisca Pallarés, la quale partecipò anche all'allestimento del Museo.
    L'oneraria di Spargi era stata individuata nel 1957 da Gianni Roghi su una secca di circa 18 metri di profondità. Partita da un porto peninsulare, naufragò intorno al 120 a.C. in un difficile punto di passaggio delle Bocche di Bonifacio, il fretum Gallicum citato dalle fonti, assai pericoloso per la navigazione a causa della presenza di isolotti, di scogli affioranti e di secche. La fitta trama di relitti in questo stretto testimonia tuttavia che, nonostante la pericolosità, si preferiva il rischio dell'attraversamento all'utilizzo di una rotta di circumnavigazione che comportava un allungamento dei tempi di navigazione.

    Anfore del relitto di Spargi - 1957
    Ceramiche del relitto di Spargi - 1957
    Olearie del relitto di Spargi - 1957

    I rilievi di Lamboglia accertarono che lo scafo era lungo circa 35 metri e largo 8-10; furono messi in luce parti delle costolature e del fasciame con frammenti del rivestimento in lamina di piombo fissata da chiodini di rame.

    La nave portava un carico di anfore vinarie Dressel 1, nelle varianti A, B e C, di cui alcune bollate sulla spalla e sull'orlo, oltre a frammenti di anfore di altre tipologie. Alcuni colli di anfore Dressel I conservavano ancora tutti gli elementi che garantivano la chiusura delle stesse: il tappo in sughero, sigillato con pozzolana sulla quale era impresso il bollo e il piccolo coperchio fittile di forma conica. Come merce di accompagnamento al carico principale si trovò, impilato fra le anfore, vasellame fine da mensa a vernice nera "Campana B", scarsa "Campana A", numerosa ceramica comune, alcuni unguentari in vetro, luceme, ceramiche fini di importazione orientale (tra cui degne di nota sono le produzioni pergamene con decorazioni' a rilievo applicate), coppe megaresi, una macina.
    A bordo erano un piccolo altare e un bacile portatili di marmo, nonché una piccola colonna scanalata. Questi oggetti sono stati interpretati come destinati alle cerimonie religiose di bordo, forse connesse con la tutela navis, a cui può anche riferirsi una testina di personaggio virile con una grossa mano sul capo, forse parte residua di una raffigurazione di divinità. Ritrovamenti significativi sono stati inoltre una corazza di bronzo e un elmo concrezionato con resti di un cranio umano (conservato nel Museo Sanna di Sassari), particolare che ha fatto ritenere che il proprietario fosse morto indossandolo; sulla base di queste osservazioni si è cominciato ad ipotizzare la presenza, a bordo delle onerarie, di armati per difesa contro la pirateria. Altri materiali, come le piccole anfore rodie, costituivano certamente elementi della dotazione di bordo.

    Il Museo è articolato in due sale; nonostante le ridotte dimensioni, è tuttavia disposto in modo razionale. L'attenzione viene subito attratta dalla ricostruzione di una sezione trasversale dello scafo, che occupa gran parte della prima sala, allestita con oltre 200 anfore, per esemplificare il sistema di stivaggio. Nella stessa sala, in alcune vetrine sono esposti gli oggetti della dotazione di bordo e la ceramica destinata al commercio. Nella seconda sala, di maggiori dimensioni rispetto alla prima, sono esposti, oltre agli elementi del relitto di Spargi, altri materiali recuperati nelle acque dell'arcipelago maddalenino.
    Qui le vetrine sono collocate esclusivamente in posizione centrale, e sulle pareti campeggiano grandi pannelli didattici e immagini fotografiche che documentano lo scavo e i pezzi non presenti nel museo; sopra panconi in legno addossati alle pareti trovano posto ceppi d'ancora in piombo di varie dimensioni e anfore di differenti tipologie e provenienze, con datazioni che oscillano dall'età punica all'età tardo-antica.
    Il Museo, situato su un poggio dal quale si può godere una suggestiva vista del tratto di mare che separa l'isola dalla vicina Caprera, merita certamente una visita anche per lo splendido contesto naturale in cui è immerso.
    Come arrivare al Museo archeologico navale Nino Lamboglia.
    Per raggiungere il museo, una volta raggiunta l’isola della Maddalena si deve procedere in direzione nord ovest da via Ammiraglio Mirabello verso via Aldo Moro. Dopo 100 metri si svolta a destra, in via Aldo Moro. Si prosegue per 350 metri e si svolta a destra, in via Cala Chiesa/Strada Panoramica. Si continua per 1,2 chilometri e si è arrivati a destinazione.

    Il Museo del Mare e delle tradizioni marinaresche (Isola di Caprera)

    Il Museo del mare e delle tradizioni marinaresche, nato da un'idea della sezione locale di "Italia Nostra", costituisce un perfetto esempio di equilibrio tra i due principali obiettivi per cui è istituito il Parco: la natura e la cultura.
    La necessità di educazione ambientale e il bisogno di conservare e divulgare alle generazioni future le tradizioni locali si uniscono nel centro di Stagnali dell'isola di Caprera per dare vita ad un'esposizione nella quale rivivono le radici della cultura maddalenina.
    Il Museo del Mare ha aperto i battenti nel 2006 per volontà dell'Ente Parco, ma grazie, soprattutto, all'opera di volontariato dei membri dell'associazione "Italia Nostra". Molti privati e istituzioni hanno contribuito, a partire dalla Marina Militare - nella fattispecie l'Arsenale Militare -, per finire con i pescatori locali e tutti coloro che - per settore - avevano attinenza col mare.
    Il Museo intende rappresentare, nella conoscenza delle tradizioni locali, un punto fermo per le generazioni presenti e quelle future.
    Esposizione Nel Museo sono presenti fotografie, documenti ed oggettistica, oltre a tutto ciò che riguarda il recupero della cultura antica locale, indissolubilmente legata al mare e quanto ha attinenza con esso.
    Attraverso un percorso cronologico si cerca di ricostruire - attraverso le conoscenze recuperate grazie all'aiuto di molte persone, che sono state depositarie di questa cultura - la storia completa , in modo semplice e diretta, della comunità maddalenina e dell'Arcipelago, a partire dal neolitico fino ai giorni nostri.
    Il Museo è organizzato per "sezioni", in ciascuna delle quali sono presenti oggetti che confermano il racconto della guida. La visita si sviluppa quindi attraverso l'esposizione orale di accadimenti storici particolarmente significativi, giacché si è cercato di raccogliere gli elementi essenziali della comunità.

    Il museo geo-mineralogico naturalistico di Stagnali (Isola di Caprera)
    Il museo, realizzato per conservare il materiale raccolto dall’Associazione Cesaraccio, è stato inaugurato e aperto ufficialmente al pubblico il 1 marzo 2002. Nelle due grandi sale sono esposti campioni di rocce, minerali, fossili, sabbie di spiaggia, conchiglie, flora e fauna marina, provenienti essenzialmente da numerose località del territorio del Parco; tra i campioni minerali degni di nota sono presenti, giganteschi gruppi di cristalli di quarzo affumicato (sino a 150 kg e 65 cm di lunghezza) descritti su alcune riviste italiane e straniere (Gamboni A. Gamboni T., 2000), provenienti dal settore nord orientale dell’isola di Caprera che prende il nome di Punta Crucitta; è presente una piccola saletta attrezzata per le video-proiezioni e didattica per le scuole, oltre ad un piccolo laboratorio con microscopi e l’occorrente per l’identificazione e la preparazione dei campioni che andranno esposti.

    Uno spaccato di cava di granito con attrezzi da lavoro, binario, carrello, forgia, foto, documenti storici e cimeli, ricorda la vita e le abitudini degli scalpellini che hanno lavorato a Cala Francese.
    La struttura può contare inoltre su numerose donazioni fatte da semplici cittadini, i quali con animo sensibile hanno contribuito ad accrescere la presenza di materiale; una sezione del Museo è destinata all’esposizione delle tantissime conchiglie e crostacei, provenienti dalle Bocche di Bonifacio e dal territorio del Parco; inconsueta, infine, è la collezione di meteoriti proveniente dalle maggiori località di impatto sulla terra.

    Le finalità del Museo sono:
    - promuovere, coordinare e compiere ricerche, studi di carattere geologico e mineralogico per lo sviluppo delle conoscenze in tali settori;
    - raccogliere, identificare, catalogare e studiare il materiale raccolto, con particolare interesse per quello locale;
    - contribuire alla diffusione di una cultura di massa nel campo della mineralogia e della geologia con la pubblicazione di studi, saggi e ricerche; svolgimento di attività didattica con l’organizzazione di conferenze, mostre, incontri con le scolaresche ed altre iniziative utili allo scopo;
    - collaborare con istituti universitari, associazioni scientifiche, organi di ricerca ed altri enti.
    Il materiale esposto al Museo potrà essere visionato ed esaminato con attenzione da studiosi, ricercatori o semplici cittadini interessati che ne facciano richiesta scritta all’Ente Parco, sotto la sorveglianza degli incaricati dell’Associazione Giovanni Cesaraccio. Nel territorio del Parco Nazionale Arcipelago di La Maddalena è vietata la libera ricerca e raccolta di minerali e rocce, essa e consentita, anche da parte di semplici amatori, solamente per scopi scientifici, previa autorizzazione rilasciata dall’Ente Parco.

    Le fortificazioni militari risalenti alla fine del XIX Secolo

    Un po' di storia

    Per oltre due secoli maestose sentinelle dell'arcipelago. Autentici capolavori di architettura militare, elementi inconfondibili del territorio. Lo spazio che le strutture militari occupano nella realtà del nostro territorio non è certamente l'unico, anche se più degli altri nè ha condizionato il senso e il destino.
    La posizione così centrale di La Maddalena nel Mediterraneo le ha imposto un destino ineluttabile di obiettivo militare fin dal 1767, quando i sardo-piemontesi decisero di occuparla militarmente e farne una base di appoggio alle navi della Regia Marina Sarda, che potevano così incrociare con maggiore sicurezza nelle acque del Nord Sardegna contro i contrabbandieri, contro i Barbareschi e anche contro la sempre paventata riscossa francese.

    Il sistema difensivo investì principalmente l'isola madre e l'isola di Santo Stefano. Sulla prima vennero costruiti: il forte S. Vittorio, soprannominato della "Guardia Vecchia", la batteria Balbiano, la batteria S. Agostino, il forte S. Andrea, il forte S. Teresa, detto anche Sant'Elmo o Tegge, il forte Carlo Felice o Camicia. Sulla seconda la Torre casamattata ed il forte S. Giorgio.

    I nuovi armamenti navali provocarono la rapida obsolescenza di queste architetture, che furono ben presto abbandonate e dismesse. La fortificazione passiva, tradizionale, cedette il passo a quella attiva, costituita da artiglierie opportunamente postate e organizzate nei così detti "forti", dislocati in un sistema che permetteva di colpire col tiro efficace delle armi tutto il terreno circostante fino al mare largo, e costituiva un'unica opera, definita "campo trincerato" a distanza di 2-4 km dalla piazza, alla quale veniva riservato un compito difensivo secondario.

    Nel 1887 si ritornò, quindi, a pensare a La Maddalena come centro strategico, determinante non più in relazione al solo vicino confine francese ma al ben più vasto scacchiere del Mediterraneo Occidentale.
    Vennero costruite batterie di gran potenza ad occupare le posizioni prospicienti il mare, per i tiri radenti, come: l'Opera Nido d'Aquila, l'Opera Punta Tegge, l'approdo di Punta Sardegna, l'Opera Punta Rossa, l'Opera Capo Tre Monti, e le alture circostanti, per permettere i tiri ad arcata: l'Opera Guardia Vecchia, l'Opera Colmi, l'Opera Trinita, l'Opera Punta Villa.

    Anche nell'isola di Caprera, sui terreni espropriati agli eredi del Generale Garibaldi, furono costruite delle opere che si fiancheggiavano reciprocamente ed un ridotto, a Stagnali, per l'accasermamento delle milizie mobili di soccorso al litorale: l'Opera Arbuticci o Garibaldi, l'Opera Poggio Rasu inferiore e superiore. Batterie di sbarramento furono costruite anche sulla prospiciente costa sarda per difendere l'accesso alla piazzaforte, per via di terra: l'Opera Monte Altura l'Opera Baraggie o Baragge, l'Opera Capo d'Orso.

    Il progresso tecnico nel campo dell'aviazione militare rese tutte queste Opere e la stessa Base estremamente vulnerabili ad un attacco aereo e fu quindi indispensabile ricorrere a impianti costruttivi basati sul più rigoroso mimetismo.
    Nacquero così, tra la prima e la seconda guerra mondiale, le batterie più periferiche, edificate normalmente in calcestruzzo e ricoperte poi da massi di granito, disposti in modo tale da ricostruire esattamente la tormentata morfologia del nostro rilievo.

    Alcune delle fortificazioni di questo tipo sono localizzate nell'Isola di Spargi: Zanotto, Pietrajaccio, Cala Corsara; nell'Isola di Caprera: Candeo, Messa del Cervo, Poggio Baccà, Punta Coda, Isola del Porco; nell'Isola di La Maddalena: Spalmatore, Guardia del Turco, Carlotto, Puntiglione; nell'Isola di S. Stefano: Punta dello Zucchero; sulla costa sarda: Punta Falcone, Monte Talmone e Cappellini.

    In definitiva queste opere militari sono di singolare interesse non solo perchè esprimono chiaramente i contenuti dei parametri funzionali ma, soprattutto, per il loro aspetto imponente: le vaste dimensioni, l'inserimento nella natura, la giustapposizione di elementi murari di contenimento e di sostegno, costituiscono altrettanti spunti e fermenti che si rivelano all'esterno, nelle chiusure alla gola, in muratura di granito molto spesso feritoiata, sapientemente, chiaramente e metodicamente modellata.

    La logica della difesa ha quindi determinato la morfologia e la distribuzione sul terreno dell'architettura fortificata, obbligando l'architetto, prima, e l'ingegnere militare, poi, a tralasciare tutti gli aspetti generalmente presenti in ogni altra espressione edilizia e ad elaborare strumenti e metodi di sintesi tecnologica, nella consapevolezza che la verifica delle loro intuizioni sarebbe avvenuta in un momento di conflitto e/o di morte.

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